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Stoner: Quando i riff rallentarono e iniziarono a respirare
Lo stoner non è musica per evadere, è musica per immergersi. Non ti spinge in avanti né ti solleva. Affonda, si assesta e rimane. Nata nei primi anni '90, ma con radici profonde tra la fine degli anni '60 e gli anni '70, la musica stoner è definita meno da regole tecniche che da sensazioni: calore, ripetizione, groove e un deliberato rifiuto dell'urgenza. Lo stoner non insegue l'attenzione. Presuppone che tu rimanga.
In sostanza, lo stoner si basa su riff pesanti, tempi lenti o medi e ripetizioni ipnotiche. Le chitarre sono corpose, spesso intonate, immerse nel fuzz piuttosto che in una distorsione netta. La sezione ritmica privilegia il groove alla velocità: le linee di basso rullano e pulsano, la batteria si blocca in pattern costanti e senza fretta. Le voci, quando presenti, sono spesso rilassate, melodiche o leggermente distaccate, fondendosi con il suono anziché dominarlo. La musica stoner non esplode; si espande.
Gli antenati spirituali dello stoner risiedono nel rock psichedelico e nel blues pesante dei primi tempi. Band come i Black Sabbath hanno fornito il modello, non solo attraverso la pesantezza, ma anche attraverso lo spazio. Canzoni come Sweet Leaf e Into the Void hanno dimostrato che riff lenti, ripetizioni e pesantezza potevano essere inebrianti piuttosto che opprimenti. I Sabbath non hanno inventato solo la pesantezza, hanno inventato la pazienza.
Lo stoner si è cristallizzato completamente negli scenari desertici della California dei primi anni '90, dove l'isolamento, il caldo e lo spazio fisico hanno plasmato il suono. I Kyuss sono ampiamente considerati i veri architetti del genere. Canzoni come Green Machine fondevano riff imponenti con un groove sciolto, quasi swingante. I Kyuss non suonavano arrabbiati o teatrali: suonavano inevitabili. Qui lo stoner è diventato geografia fisica tradotta in suono.
Ciò che separa lo stoner dal doom è l'atteggiamento. Mentre il doom enfatizza disperazione e gravità, lo stoner tende al flow e alla trance. Anche nella sua forma più pesante, lo stoner trasmette una sensazione di relax, di stabilità, a volte persino di gioia. La ripetizione non è opprimente, è meditativa. L'ascoltatore non è schiacciato, ma trasportato.
Un altro pilastro del genere sono gli Sleep, che hanno spinto la ripetizione a estremi ritualistici. Il loro brano simbolo, Dragonaut, trasforma un singolo riff in un mantra, allungando il tempo fino a quando il riff non diventa l'ambiente stesso. Gli Sleep hanno ridotto lo stoner alla sua essenza: volume, tono e devozione al riff come oggetto sacro.
Lo stoner ha anche un forte legame con la psichedelia. La musica appare spesso alterata, non caotica, ma espansa. Sezioni strumentali estese, sottili variazioni e lunghe durate incoraggiano un ascolto profondo. Gli album contano più dei singoli. Lo stoner premia la pazienza e la presenza, non la distrazione.
Dal punto di vista dei testi, lo stoner tende all'astrazione, all'immaginario cosmico, ai paesaggi desertici, agli stati alterati e alla deriva esistenziale. Le parole sono secondarie rispetto alla consistenza. Molte band stoner trattano la voce come un altro strumento, dando priorità all'umore rispetto alla chiarezza narrativa. Il significato emerge lentamente, se non del tutto.
Dal vivo, la musica stoner è immersiva e fisica. Il volume è essenziale, non per l'aggressività, ma per la saturazione. Le basse frequenze vibrano attraverso il corpo, creando un senso di gravità condivisa. I concerti sembrano meno performance e più una deriva collettiva. Il tempo perde definizione. I riff si ripetono fino a sembrare permanenti.
Lo stoner ha influenzato e si è sovrapposto a innumerevoli stili: doom, sludge, rock psichedelico, heavy blues, post-metal. La sua estetica si è anche dimostrata straordinariamente duratura. In un'epoca ossessionata dalla velocità e dalla produttività, il rifiuto dello stoner di affrettarsi appare silenziosamente radicale.
I critici a volte riducono lo stoner a una caricatura o a una dimostrazione di stile di vita, ma questo non coglie la sua filosofia di fondo. Lo stoner non è indulgenza, è impegno. Impegno per il tono, per il groove, per lasciare che le idee si sviluppino senza interruzioni. Apprezza la profondità più della novità.
Lo stoner resiste perché offre qualcosa di sempre più raro: il permesso di rallentare senza sprofondare nella disperazione. Occupa uno spazio tra pesantezza e comfort, tra rituale e rock, tra trance e groove.
Lo stoner è musica che non ti chiede dove stai andando.
Presuppone che tu sia già qui.
E mentre il riff si ripete, il tempo si mantiene e il suono si infittisce, lo stoner rivela la sua vera potenza:
non fuga, non eccesso, ma peso che si muove, lentamente, costantemente, esattamente per il tempo necessario.